Come stalattiti, i ricordi
Inviato: 24/12/2018, 15:27
Fulvio Staffieri, proprietario del celebre ristorante detto “Al Cuciniere”, cuoco di eccelsa perizia e d’infame cocciutaggine, maestro nell’arte culinaria e terrore d’ogni vivandiere, famoso per le sue squisite pietanze quanto per i feroci rimproveri ai suoi lavoranti, quel giorno sembrava perdersi dietro pensieri d’altra fattura. Meditazioni sospese solo al cospetto di un esoso bottegaio altrettanto irascibile. Chiamò l’aiutante affidandogli il compito di ritirare la merce, e, dopo aver regalato un ultimo sguardo carico di disprezzo al petulante venditore, uscì dal mercato. Di fronte alla sua auto proprio non se la sentì di salirvi a bordo e tirò lungo impegnando una breve salita che portava al centro. Inciampando più volte sulle pietre affioranti dall’acciottolato di via del corso, non fece caso al respiro che iniziava a farsi prepotente, mentre alcune lacrime gli lasciavano righe di sale sulla pelle. Si appoggiò esausto alla parete di un palazzo per riprendere fiato. Poco più là un bar aveva sistemato dei tavolini lungo la via.
Seduto all’aperto, stava sorseggiando un caffè approfittando del sole autunnale per procurarsi un po’ di tepore, forse l’ultimo della stagione visti i presagi d’inverno portati dal vento. Con gli occhi chiusi provò a liberarsi dell’inquietudine che lo aveva assalito lasciando lavorare l’immaginazione. Si sorprese invece a meditare sulla sua vita passata, ritrovando antichi ricordi di cui aveva perso memoria, che ora reagivano a ogni tentativo di relegarli di nuovo nell’angolo della mente in cui erano stati rinchiusi divenendo ancora più vividi. Da qualche giorno era preda di dubbi e incertezze come non gli era mai capitato prima, e la cosa lo angustiava. Soprattutto una questione, attorno alla quale si arrovellava, era arrivata a privarlo del sonno notturno, una domanda che si poneva di continuo. Cercava di capire se fosse giusto rendere così prezioso tutto quello che facciamo per credere che la nostra vita sia davvero importante. Oltretutto era una domanda priva di risposta, per quanto ne sapeva. Innervosito dal frenetico quanto immotivato lavorio della sua memoria, decise che era ora di ritornare indietro.
Percorrendo a ritroso la strada, notò che aveva parcheggiato l’auto di fianco ad un alto palazzo di stile moderno, che non ricordava di aver mai visto. Strano, visto la mole dell’edificio. Si avvicinò alla porta d’ingresso, circondata da una moltitudine di targhe e insegne, tutte in metallo luccicante. L’unica che non si uniformava alla norma essendo in legno consumato dalla pioggia e dal sole attirò la sua attenzione. “Biblioteca dei ricordi rimossi” lesse ad alta voce. Quella storia dei ricordi continuava a tormentarlo. Scrutò l’ora stabilendo che aveva almeno una mezzora di tempo. Se non avesse preso l’abitudine di tenere spento il telefonino si sarebbe reso conto che dal ristorante lo stavano cercando con urgenza, consapevoli che avrebbero dovuto iniziare da tempo i preparativi della cena, evenienza del tutto improbabile in sua assenza, e tale certezza gli sarebbe venuta meno.
Dopo aver spinto il grande portone di vetro entrò nell’ampio atrio del palazzo, che si rivelò desolatamente vuoto, così come la postazione del portiere. Senza sapere a che piano fosse la biblioteca, dopo aver dato un’occhiata di traverso alle scale che iniziavano la loro arrampicata poco distante, salì infine sull’ascensore senza curarsi del cartello appeso sulla porta che lo qualificava come “fuori servizio”. Visto che anche la cabina era priva di una qualsiasi indicazione che lo potesse informare sull’ubicazione della biblioteca decise di raggiungere l’ultimo piano per poi scendere le scale fino a che non l’avesse trovata. L’ascensore, incurante del cartello che ne certificava l’inefficacia, partì dopo un paio di robusti scrolloni. Se Fulvio Staffieri avesse avuto i baffi si sarebbe potuto scorgere un sorriso sotto gli stessi. L’ultimo piano sembrava una replica dell’atrio; da una porta che conduceva agli uffici provenivano lontani rumori testimonianti la presenza di qualche forma di attività umana. Un’altra porta a fianco dell’ascensore che immetteva sulle scale si stava chiudendo proprio in quel momento, guidata nel suo lento movimento dalla molla di richiamo. Affrettandosi ad aprirla si affacciò dal parapetto della scalinata, senza riuscire a vedere nulla data la scarsa illuminazione. Quelli che sentiva, comunque, erano sicuramente i passi di qualcuno che stava scendendo di fretta gli scalini. Senza indugio iniziò anche lui la discesa.
Giunto al quinto piano, si trovò di fronte una porta imponente, di antica fattura che male si accordava con lo stile dell’edificio. Una scritta posta sopra l’architrave indicava che quello era il luogo che stava cercando. Dopo qualche esitazione, varcò la porta che immetteva nella biblioteca dei ricordi rimossi.
Fulvio Staffieri aveva dedicato la sua vita alla cucina, passando quasi tutto il suo tempo tra stoviglie e fornelli. Non era, però, privo di cultura, acquisita frequentando, nel limitato tempo libero, posti come quello in cui era appena entrato, preferendo in assoluto il contatto fisico con i libri piuttosto che affidarsi alla mediazione di un computer. Nel suo stesso ristorante aveva realizzato una piccola biblioteca di opere rare. Per questo motivo non avrebbe dovuto meravigliarsi di quello che stava vedendo, ma in effetti si ritrovò circondato da infiniti scaffali di legno colmi di ogni genere di libri, un labirinto che lo andava avviluppando nei propri meandri fino a fargli perdere l’orientamento. Per nulla spaventato da quella situazione stava percorrendo gli anditi della biblioteca colto da una specie di euforia indotta dallo stretto contatto con tutto quel sapere, accumulato nei secoli e ora a sua disposizione. Dopo aver consultato varie edizioni, tra cui rari incunaboli di immenso valore storico e artistico oltreché un non disprezzabile valore pecuniario, rimase meravigliato dalla facilità con la quale era potuto entrare in quel luogo, magari per appropriarsi di una o più di quelle preziose edizioni, se solo lo avesse voluto. Mentre stava cercando di trovare la via dell’uscita gli parve di udire dei rumori a poca distanza, il che lo consigliò di muoversi per verificarne la natura.
Fulvio Staffieri camminava tra scaffali ricolmi di libri svoltando più volte in entrambe le direzioni tanto che ebbe la sensazione di essere ritornato al punto di partenza. La porta dalla quale era entrato, però, non c’era. Al suo posto una piccola libreria del tutto diversa dalle altre che, a giudicare dalle fattezze, avrà avuto al massimo una quarantina d’anni. La guardò meglio. La riconobbe. Era la sua, di quando i genitori lo portarono dai nonni, avendone avuto abbastanza uno dell’altro e, insieme, di lui, che per il solo fatto di esistere rischiava di compromettere la loro felicità. Quando fu abbastanza grande per capire il senso di quelle parole, che aveva udito entrambi rinfacciarsi senza curarsi della sua presenza, smise di incolparsi di quella divisione e iniziò a odiarli. Quell’odio lo penetrò in profondità, privandolo dei ricordi dell’infanzia, tra i quali quella libreria, e con essa tutti i libri che gli furono amici da bambino. Che ora erano lì, di nuovo come allora. Ne prese uno. “Le avventure di Tom Sawyer”. Sul risvolto della copertina c’era ancora un disegno che aveva fatto allora, ritraendosi con i vestiti di Tom.
Fulvio Staffieri, seduto in un angolo di quella sconfinata biblioteca, stava leggendo un libro per ricordare gli anni dimenticati dell’infanzia, e i ricordi crescevano in lui come stalattiti, goccia su goccia, lasciando ognuno uno strato in attesa dell’altro, colmando in parte un vuoto di cui aveva dimenticato l’esistenza. Quando finì di leggere Fulvio Staffieri ripose il libro da dove l’aveva prelevato. Non aveva più paura dei ricordi e non si sentiva più perseguitato dalla questione che gli impediva di dormire. In quella biblioteca, tra tante opere che valevano una fortuna, l’unica che veramente contava per lui era un vecchio libro per ragazzi del costo di pochi spiccioli. Appena riposto il libro, la libreria sparì e al suo posto riapparve la porta da cui era entrato.
Aveva finalmente ritrovato l’uscita.
Seduto all’aperto, stava sorseggiando un caffè approfittando del sole autunnale per procurarsi un po’ di tepore, forse l’ultimo della stagione visti i presagi d’inverno portati dal vento. Con gli occhi chiusi provò a liberarsi dell’inquietudine che lo aveva assalito lasciando lavorare l’immaginazione. Si sorprese invece a meditare sulla sua vita passata, ritrovando antichi ricordi di cui aveva perso memoria, che ora reagivano a ogni tentativo di relegarli di nuovo nell’angolo della mente in cui erano stati rinchiusi divenendo ancora più vividi. Da qualche giorno era preda di dubbi e incertezze come non gli era mai capitato prima, e la cosa lo angustiava. Soprattutto una questione, attorno alla quale si arrovellava, era arrivata a privarlo del sonno notturno, una domanda che si poneva di continuo. Cercava di capire se fosse giusto rendere così prezioso tutto quello che facciamo per credere che la nostra vita sia davvero importante. Oltretutto era una domanda priva di risposta, per quanto ne sapeva. Innervosito dal frenetico quanto immotivato lavorio della sua memoria, decise che era ora di ritornare indietro.
Percorrendo a ritroso la strada, notò che aveva parcheggiato l’auto di fianco ad un alto palazzo di stile moderno, che non ricordava di aver mai visto. Strano, visto la mole dell’edificio. Si avvicinò alla porta d’ingresso, circondata da una moltitudine di targhe e insegne, tutte in metallo luccicante. L’unica che non si uniformava alla norma essendo in legno consumato dalla pioggia e dal sole attirò la sua attenzione. “Biblioteca dei ricordi rimossi” lesse ad alta voce. Quella storia dei ricordi continuava a tormentarlo. Scrutò l’ora stabilendo che aveva almeno una mezzora di tempo. Se non avesse preso l’abitudine di tenere spento il telefonino si sarebbe reso conto che dal ristorante lo stavano cercando con urgenza, consapevoli che avrebbero dovuto iniziare da tempo i preparativi della cena, evenienza del tutto improbabile in sua assenza, e tale certezza gli sarebbe venuta meno.
Dopo aver spinto il grande portone di vetro entrò nell’ampio atrio del palazzo, che si rivelò desolatamente vuoto, così come la postazione del portiere. Senza sapere a che piano fosse la biblioteca, dopo aver dato un’occhiata di traverso alle scale che iniziavano la loro arrampicata poco distante, salì infine sull’ascensore senza curarsi del cartello appeso sulla porta che lo qualificava come “fuori servizio”. Visto che anche la cabina era priva di una qualsiasi indicazione che lo potesse informare sull’ubicazione della biblioteca decise di raggiungere l’ultimo piano per poi scendere le scale fino a che non l’avesse trovata. L’ascensore, incurante del cartello che ne certificava l’inefficacia, partì dopo un paio di robusti scrolloni. Se Fulvio Staffieri avesse avuto i baffi si sarebbe potuto scorgere un sorriso sotto gli stessi. L’ultimo piano sembrava una replica dell’atrio; da una porta che conduceva agli uffici provenivano lontani rumori testimonianti la presenza di qualche forma di attività umana. Un’altra porta a fianco dell’ascensore che immetteva sulle scale si stava chiudendo proprio in quel momento, guidata nel suo lento movimento dalla molla di richiamo. Affrettandosi ad aprirla si affacciò dal parapetto della scalinata, senza riuscire a vedere nulla data la scarsa illuminazione. Quelli che sentiva, comunque, erano sicuramente i passi di qualcuno che stava scendendo di fretta gli scalini. Senza indugio iniziò anche lui la discesa.
Giunto al quinto piano, si trovò di fronte una porta imponente, di antica fattura che male si accordava con lo stile dell’edificio. Una scritta posta sopra l’architrave indicava che quello era il luogo che stava cercando. Dopo qualche esitazione, varcò la porta che immetteva nella biblioteca dei ricordi rimossi.
Fulvio Staffieri aveva dedicato la sua vita alla cucina, passando quasi tutto il suo tempo tra stoviglie e fornelli. Non era, però, privo di cultura, acquisita frequentando, nel limitato tempo libero, posti come quello in cui era appena entrato, preferendo in assoluto il contatto fisico con i libri piuttosto che affidarsi alla mediazione di un computer. Nel suo stesso ristorante aveva realizzato una piccola biblioteca di opere rare. Per questo motivo non avrebbe dovuto meravigliarsi di quello che stava vedendo, ma in effetti si ritrovò circondato da infiniti scaffali di legno colmi di ogni genere di libri, un labirinto che lo andava avviluppando nei propri meandri fino a fargli perdere l’orientamento. Per nulla spaventato da quella situazione stava percorrendo gli anditi della biblioteca colto da una specie di euforia indotta dallo stretto contatto con tutto quel sapere, accumulato nei secoli e ora a sua disposizione. Dopo aver consultato varie edizioni, tra cui rari incunaboli di immenso valore storico e artistico oltreché un non disprezzabile valore pecuniario, rimase meravigliato dalla facilità con la quale era potuto entrare in quel luogo, magari per appropriarsi di una o più di quelle preziose edizioni, se solo lo avesse voluto. Mentre stava cercando di trovare la via dell’uscita gli parve di udire dei rumori a poca distanza, il che lo consigliò di muoversi per verificarne la natura.
Fulvio Staffieri camminava tra scaffali ricolmi di libri svoltando più volte in entrambe le direzioni tanto che ebbe la sensazione di essere ritornato al punto di partenza. La porta dalla quale era entrato, però, non c’era. Al suo posto una piccola libreria del tutto diversa dalle altre che, a giudicare dalle fattezze, avrà avuto al massimo una quarantina d’anni. La guardò meglio. La riconobbe. Era la sua, di quando i genitori lo portarono dai nonni, avendone avuto abbastanza uno dell’altro e, insieme, di lui, che per il solo fatto di esistere rischiava di compromettere la loro felicità. Quando fu abbastanza grande per capire il senso di quelle parole, che aveva udito entrambi rinfacciarsi senza curarsi della sua presenza, smise di incolparsi di quella divisione e iniziò a odiarli. Quell’odio lo penetrò in profondità, privandolo dei ricordi dell’infanzia, tra i quali quella libreria, e con essa tutti i libri che gli furono amici da bambino. Che ora erano lì, di nuovo come allora. Ne prese uno. “Le avventure di Tom Sawyer”. Sul risvolto della copertina c’era ancora un disegno che aveva fatto allora, ritraendosi con i vestiti di Tom.
Fulvio Staffieri, seduto in un angolo di quella sconfinata biblioteca, stava leggendo un libro per ricordare gli anni dimenticati dell’infanzia, e i ricordi crescevano in lui come stalattiti, goccia su goccia, lasciando ognuno uno strato in attesa dell’altro, colmando in parte un vuoto di cui aveva dimenticato l’esistenza. Quando finì di leggere Fulvio Staffieri ripose il libro da dove l’aveva prelevato. Non aveva più paura dei ricordi e non si sentiva più perseguitato dalla questione che gli impediva di dormire. In quella biblioteca, tra tante opere che valevano una fortuna, l’unica che veramente contava per lui era un vecchio libro per ragazzi del costo di pochi spiccioli. Appena riposto il libro, la libreria sparì e al suo posto riapparve la porta da cui era entrato.
Aveva finalmente ritrovato l’uscita.