L'ombrello rosso – il potere delle parole e dei desideri (Ver. 2)
Inviato: 20/03/2025, 15:39

È sera e piove. Poggio la cinghia sopra la spalla destra e lascio scivolare la mia borsa a secchiello sul fianco opposto. Oltrepasso la soglia del negozio di calzature in cui lavoro, apro l'ombrello rosso, ed è come precipitare in un altro mondo. Dalla luce alle tenebre. Perché soltanto adesso mi rendo conto che è sera e buio per davvero. Prima, l'avevo solo immaginata la sera; ora, invece, ci sono dentro. Mi osservo attorno, incerta. Alla ricerca di un frammento rassicurante di consuetudine, "anche una semplice immagine", capace di dissuadermi da una improvvisa angoscia che mi attanaglia. Forse è stato solo il rapido passaggio, dallo scintillio delle luci del negozio alla penombra della strada, a cogliermi alla sprovvista e a farmi cambiare umore. Poiché non c'è ragione per cui debba sentirmi così. Guardo alle mie spalle: oltre la vetrina e il banco. Il mio collega non c'è. Sarà nel retro a sistemare quei pacchi di scarpe giunti nel pomeriggio da Milano. Non importa, anzi, meglio così. Chissà cosa avrebbe mai fantasticato se m'avesse scoperta a seguirlo con gli occhi prima di allontanarmi. Certo, è un uomo attraente, ma non fa per me. Poi è già sposato e ha una figlia. Ed è troppo serio e innamorato della moglie per fare il farfallone con le altre.
Accantono i miei stupidi pensieri e mi avvio sul lungo marciapiedi. Gli altri negozi sono tutti chiusi a quest'ora, e la strada, causa maltempo, appare deserta. Passo accanto ad alcune serrande abbassate, ai lampioni e al pertugio di un piccolo portico, dove si è rifugiato un venditore ambulante. Rallento il passo, curiosa di osservarlo. È un uomo di colore, anziano. Di colore sì, ma in senso letterale: con un cappuccio verde, un giubbotto blu elettrico, pantaloni gialli e scarpe celesti. Ha la barba bianca, una sigaretta fra le labbra e sta seduto vicino al suo banchetto con le ruote, coperto da un telo per proteggerlo dall'acqua. Mi chiedo cosa mai possa vendere: arcobaleni? Anche lui mi guarda, sorride bonario senza mostrare i denti e con le mani nelle tasche si stringe nel tepore del suo piumino Colmar. Lo supero. Un breve tratto di strada, svolto l'angolo di una via secondaria e m'investe il bagliore di una luce, appesa di traverso, di un'insegna al neon. Raffigura il simbolo dell'infinito. Nel primo cerchio c'è scritto "Roxy", nel secondo, "Bar". Sorrido, mentre "Vita spericolata" risuona nella mia testa e mi sorprendo a canticchiarne sottovoce le parole: «E voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen… e poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar…» Proprio in quegli attimi la pioggia inizia d'improvviso a battere intensamente, soffocando le ultime frasi del motivetto e invogliandomi a camminare veloce verso il mio, il nostro, appuntamento.
Eccolo! Lo vedo, come di consueto ogni venerdì sera dall'altra parte della strada, sotto la pensilina dell'antro di un palazzo. Perché lui non si avvicina mai al negozio dove lavoro, e mai l'ho visto passare davanti alle vetrine, magari solo per fingere di occhieggiare qualcosa. Ma si mantiene sempre distante, appartato, silenzioso, come se si trovasse lì per caso. Aspetta sulla strada dopo aver posteggiato l'auto; sa che, se non l'ho avvisato prima, arriverò verso quest'ora. Fa un cenno con la mano, preoccupato che non mi sia accorta di lui. Ora piove a dirotto. Così, tra le luci soffuse e il rumore del traffico, tutto scompare oltre la cortina di pioggia e il suo crescente tamburellare sulla calotta del mio ombrello. E a quel punto mi pare sul serio di non vederlo più.
«Fammi un cenno! Dai! Fammi un cenno, non ti vedo!», grido, ma più tra me che verso di lui e con parole che mi escono dalle labbra come smozzicate fra i denti. Strizzo gli occhi, li riapro. Uno sguardo rapido alle macchine, prima a destra, a sinistra, e con uno slancio mi precipito dall'altra parte del marciapiedi. Mentre attraverso la strada, una folata di vento mi sorprende, facendomi per un attimo traballare, e distrattamente un tacco della mia scarpa sfiora il limo fangoso sul bordo di una pozzanghera e quasi rischio di scivolare in una rovinosa e alquanto ridicola caduta. Sono ormai a pochi passi dal portone. Lui ha le mani nelle tasche, si volta un po' dall'altra parte col busto e sembra abbia fretta d'andarsene. Mi paralizzo. Resta fermo anche lui, poi gira la testa in avanti, mi guarda e io mi avvicino.
«Piove, stasera», dice osservando alle mie spalle, con lo sguardo immobile e compunto, la pozzanghera dove poco fa sono passata.
«Sì, accidenti e pare non voler smettere! Non hai l'ombrello?», fa le spallucce. «Dove hai parcheggiato l'auto?»
«Più avanti…»
«Vieni sotto il mio ombrello», gli dico premurosa.
Si accosta, gli passo il manico dell'ombrello nelle mani e inforco il mio braccio sotto il suo.
«Bella serata questa!», fa lui.
Lo fisso con un punto di domanda stampato negli occhi e dico: «Scherzi?» Replica con una risata. Vederlo ridere mi rende felice e ricambio con un sorriso.
«Stasera vado di fretta… e ho delle cose importanti da dirti», mi dice.
«Andiamo prima a prenderci un tè, ti va?», propongo.
«Solo cinque minuti.»
«C'è una caffetteria laggiù.»
«Bene.»
«Offro io però! Oggi è la mia serata.»
Entriamo nel locale e lui subito si sbarazza dell'ombrello in un grosso vaso di ceramica amalfitana adiacente alla porta e decorato con fiori e limoni, ordina, e io gli indico un tavolo a due, vicino alla vetrata e sotto la dolcissima luce di un lampadario con frange di cristallo. Appena mi siedo, mi libero della mia borsetta a secchiello poggiandola sulla sedia vuota al mio fianco.
Arrivano i due tè. Sta per prepararselo, ma lo blocco con un segno, come a dire: "Aspetta! Lascia fare a me!" Si scusa portando istintivamente le mani a proteggere il petto. Infilzo le fettine di limone con la piccola forchetta e le metto sul fondo delle tazze. Rimuovo i filtri dalle bustine e li immergo nella teiera, facendoli danzare finché l'acqua calda si tinge di rosso bruno e un profumo intenso e speziato si sprigiona attorno a noi, infine, la sollevo e la porto sopra la sua tazza, riempiendola di liquido fumante.
Prima di versare il mio, mi soffermo a guardare la vetrata. Adesso la pioggia viene giù sottile e lenta, e pare quasi voglia smettere.
Io e Franco ci siamo conosciuti cinque anni fa a Capri. Io, diciassettenne timida e inesperta, ero in vacanza con i miei. Lui, uomo maturo e affascinante, con moglie e figlia piccola al seguito, alloggiava all'Hotel Minerva; noi, invece, più economicamente, in una villa di amici di mio padre. Per tale ragione, ci si incontrava di frequente nella Piazzetta, nei Giardini di Augusto, a Villa Jovis o durante le varie escursioni sull'isola. Fu quasi spontaneo, perciò, in quell'atmosfera spensierata e vacanziera, il crearsi di una certa confidenza tra le nostre famiglie, con inviti reciproci: per un gelato, una cena, una pizza, ritrovandomi spesso a fare da babysitter a sua figlia quando lui e la moglie erano occupati altrove. E in alcune ore di quelle giornate, succedeva, quasi per caso, di rimanere insieme da soli, con lui discreto e sempre di una premura paterna verso di me. Poi, col passare dei giorni, il nostro modo di stare insieme e di conversare, da un iniziale approccio semplice e superficiale, si era evoluto, nonostante le età diverse, in qualcosa di più personale: un'intimità fatta di piccoli gesti, parole sussurrate, inattese confidenze e gentilezze, silenzi carichi di significato, sguardi che alludevano a un non detto a volte imbarazzante. In particolare, ricordo quelle sere, quando il sole infuocato del tramonto incendiava l'orizzonte di mille rossi; e io, come ninfa sulla riva, nel mio bikini, disegnando a piedi nudi impronte sulla sabbia, inebriata dall'aria carica di iodio e cullandomi al ritmo, ora placido o più irruente, delle onde sul bagnasciuga, ballavo spensierata sotto il suo sguardo che mi raggiungeva, accompagnandomi, da lontano.
"Sei la mia delicata e preziosa ballerina d'un carillon di porcellana", mi sussurrò di nascosto a un orecchio una volta, carezzandomi poi i capelli; e io arrossì, tremante e spaventata, fuggendo da lui.
Pensavo fosse solo un gioco tra noi quello che stava accadendo: "un gioco" che mi avvolgeva, facendomi sentire desiderata, appassionata, adulta, senza però mai riuscire a capire ciò che provavo realmente dentro e alle eventuali conseguenze, reali o del tutto immaginarie, che sarebbero potute nascere. Poi, una sera, mentre in auto mi riaccompagnava dai miei, all'improvviso ho sentito un tonfo sordo. «Abbiamo forato!», ha esclamato lui, accostando la vettura alla strada. Eravamo in via Marina Piccola, poco distanti dalla baia, e intanto che trafficava con cric e gomma di scorta, d'un tratto si è avvicinato e mi ha baciato sulle labbra, stringendomi forte in un abbraccio. Quel bacio aveva finalmente chiarito tutto: le emozioni che entrambi avevamo cercato di mascherare erano emerse in modo inatteso e inevitabile, e il confine tra fantasia e verità si era finalmente dissolto, rivelando che la realtà di quello che stava accadendo non era un semplice gioco, ma un passo verso qualcosa di autentico che entrambi, a quel punto, non avremmo potuto più ignorare. Travolti allora da un impulso irrefrenabile e folle, abbandonata l'auto in panne, ci siamo avventurati mano nella mano lungo una stradina che declinava verso la riva. Dove, nelle complici ombre della notte, nascosti a sguardi indiscreti e sotto un cielo rischiarato da una enorme luna d'argento, un angolo di Eden tra gli scogli ci attendeva, col placido brusio delle onde frangersi contro le rocce che pareva la colonna sonora perfetta dei nostri desideri. E lì, in quella atmosfera sospesa, intrisa di assoluto e magia, abbiamo fatto l'amore: la prima volta per me. Da allora, in segreto, l'impulso di quella notte estiva di passione si è trasformato in una relazione clandestina che continua ancora oggi. Franco più volte mi ha detto che avremmo dovuto smettere, che il nostro rapporto non ha futuro, perché, malgrado il suo amore per me, è legato alla sua famiglia da un senso di responsabilità troppo forte e difficile da superare e non avrebbe mai il coraggio di distruggere il suo matrimonio. Ma io ho insistito, perfino minacciandolo, nei nostri rari litigi, di raccontare ogni cosa a sua moglie, perché continuassimo lo stesso.
Alza la tazza dal piattino e sorseggia il tè guardandomi apprensivo.
«Cosa hai?», gli chiedo, e i miei occhi di riflesso si fanno più turbati dei suoi.
«Cristina, che hai tu?», rimbecca lui.
Le nostre reciproche domande restano sospese in una bolla di silenzio. Capisco che vuole dirmi qualcosa e non ci riesce, posa la tazza, appoggia poi i gomiti sul tavolino e raccoglie le mie mani tra le sue.
«Hai le mani fredde e sudate, perché?», mi chiede.
«Già, è vero, ma non posso farci nulla. Pago i due tè? Poi andiamo fuori a cercare un posto migliore di questo?»
«No, questa sera non posso. Te l'ho detto pure prima che ho poco tempo. Mi piacerebbe… sul serio! Non te la prendere. È che le cose vanno così. Già è tardi per me. È tardi per entrambi, Cristina! La vedi quella macchina grigia fuori?»
«Sì, la vedo.»
«Sta lì ad attendermi. Ci trasferiamo in un'altra città io e la mia famiglia. Ma ho ancora il mio studio qui. La nostra alcova d'amore, come la chiami tu. Ti chiedo, ora, solo una pausa di qualche mese, per riflettere.»
«Quale città?»
«Lontano…», risponde in modo vago e subito continua per evitare di essere incalzato da qualche mia domanda: «Ora devo andare. Ti prometto che ci rivedremo ancora, ma voglio sia tu a chiamarmi. Io non potrò più. Giurami, lo farai?»
«Lo giuro», rispondo di riflesso, anche se non capisco bene dove vuole andare a parare con quelle parole. Poi si alza, mi dà un bacio sulla guancia e rapidamente si avvia verso l'uscita. Continuo a seguire la sua immagine oltre i vetri del locale. Prima di attraversare, fa un gesto a un'auto di rallentare, supera la strada a passo veloce ed entra nell'altra macchina, dal lato guidatore, ferma ad attenderlo.
Mi ha mollato di punto in bianco e sono rimasta interdetta. Appena riprendo lucidità, mi catapulto fuori anch'io. L'auto è già partita. Senza pensarci due volte, scalzo via le mie décolleté dai tacchi troppo alti e mi lancio in un'insensata corsa nell'illusione di poterla raggiungere. Quando mi viene a mancare il fiato, mi fermo di colpo. Un'occhiata all'orologio: le lancette immobili. Che stupida! Sono sola a lato della carreggiata, scalza, china sul tronco, con le mani poggiate sulle ginocchia, non respiro più dall'affanno: e non so neppure che ora è! Era venuto per dirmi addio? Se n'è andato in quel modo per risparmiarmi lo strazio di un inutile commiato? Cinque anni della mia giovane vita buttati via per un amore che esisteva soltanto nella mia testa? No! Non può finire così! Sento che devo fare qualcosa. Una qualsiasi cosa. Devo prendere una decisione! Un fuoco ardente mi divora le viscere, una morsa di dolore mi stritola dentro e gli occhi mi bruciano di rabbia e di rancore. E tutto questo tormento, come un'onda che non riesco a trattenere, mi trasale dal profondo, inspiro l'aria più che posso, e a pieni polmoni do sfogo, fiato e anima a un disumano urlo:
«Maledetto sia il giorno che ti ho incontrato! Che il diavolo ti porti!»
Dopo la mia invettiva, la sagoma della sua auto sta quasi per scomparire dalla mia vista. Ma, come dal nulla, sbuca un pedone vestito come un arlecchino con un ombrello rosso che, incurante dello stop del semaforo, attraversa la strada, facendo sbandare la macchina di Franco che a tutto gas va a schiantarsi in un tonfo sordo contro il retro di un camion fermo della nettezza urbana. Subito, un piccolo capannello si crea attorno al luogo dell'incidente. Piena di spavento, mi dirigo a passi rapidi per cercare di capire cosa sia successo.
Dal finestrino dell'auto scorgo una faccia orribilmente schiacciata e sanguinante contro lo sterzo. Sul sedile affianco, una donna giace svenuta, e su quello posteriore, una ragazzina ugualmente pallida e immobile come un cadavere.
Il terrore mi paralizza e non riesco a distogliere lo sguardo da quella scena orripilante, finché una mano decisa di un agente delle forze dell'ordine mi afferra per un braccio, trascinandomi via.
Incredula, accanto a un uomo sconosciuto che avevo scambiato per un poliziotto o un vigile, e invece si rivela essere un giovane soldato, forse un bersagliere, come intuisco dalla sua divisa e il particolare cappuccio, fisso ancora la vettura dall'altra parte dell'isolato.
«Sembra sconvolta, che ha?», dice con disinvoltura il soldato, masticando con indifferenza un hot-dog. Un groppo in gola mi impedisce di rispondergli, e lui continua: «La vedo pallida, venga con me, signorina. Avrebbe bisogno di qualcosa di caldo per riprendersi. Magari di un tè, le va?» Mi gira la testa e ho difficoltà a stare in piedi. Lui mi fa un inchino, invitandomi a sorreggermi al suo braccio. «Si sarà spaventata per via dell'incidente. Ma sono cose che capitano, all'ordine del giorno!», esclama, pulendosi le labbra dal ketchup con un dito, poi mi guarda in faccia coi suoi occhi insinuosi e fa una specie di sorriso.
La mia attenzione immediatamente dopo è rapita da un ombrello rosso che lui porta con sé: identico al mio in ogni dettaglio. L'ha preso quando siamo usciti dal locale? Lo osservo disorientata mentre lui diventa sempre più vecchio: fisicamente più vecchio! Trasecolo! Ora ricordo, è il venditore ambulante che ho visto quando sono uscita dal negozio. Sì, quello vestito come un clown che è poi la stessa persona che ha fatto sbandare l'auto. Ma d'improvviso la sua voce e suoi lineamenti si mutano repentinamente proprio in quelli di Franco.
Non riesco a raccapezzarmi. Che succede? È tutto così irreale. Sto solo sognando?
«Chi sei?», gli chiedo.
«Il Destino», risponde secco.
«In che senso?», chiedo, sempre più frastornata.
«Sono quello che ti è venuto incontro quando hai maledetto Franco», dice, mentre la sua voce e il suo aspetto si alternano con una celerità assurda a quella del venditore ambulante, del soldatino e di Franco, per infine assumere le sembianze di un signore con baffi e pizzetto, elegantemente vestito, e a me del tutto ignoto. «Hai desiderato che il diavolo se lo portasse via, e quello che hai ottenuto è proprio quello che volevi.» Un brivido mi percorre la schiena. Non riesco a crederci.
«Ma sono rimasti feriti, vero?», sussurro con speranza.
«No, sono morti», risponde freddo e mi ripete e precisa scandendo la voce: «Lui e la sua famiglia sono morti nell'incidente. Tu hai desiderato la sua fine, e il destino ha deciso di assecondare il tuo desiderio. E in quanto alla moglie e alla figlia, danni collaterali, purtroppo!»
Le mie gambe cedono sotto il peso di quelle parole. Tutto questo è colpa mia? Ho realmente causato la morte di quelle persone?
«Ma la bambina di Franco era innocente che c'entrava in tutta questa storia?» E inizio a piangere, ricordando i momenti in cui a Capri le facevo da babysitter. Lui mi guarda, impassibile, e dice con tono aspro: «Non pianga, signorina. Non le si addice. Io di solito non amo la compassione, preferisco la pragmatica. La bambina? Il destino è capriccioso e una possibilità remota esiste sempre. Però non attenda miracoli. Le circostanze, come sempre, sono sovrane.»
«Ti prego! Vattene via! Lasciami in pace e non tormentarmi!», gli urlo disperata con un filo di voce.
«Non posso! Il destino mi ha portato da te, e adesso devo guidarti. Devi affrontarne le conseguenze, e questo è solo l'inizio», risponde.
Voglio scappare, ma lui mi guarda di nuovo e i suoi occhi grigi mi catturano e non riesco a fare solo un passo che lui non voglia.
«Ah, un'ultima cosa!», mormora e prosegue ancora: «Non vorrà mica ferirsi quei bei piedi da perfetta ballerina camminando scalza per strada? Sa, l'asfalto è pieno di insidie: vetri rotti, oggetti appuntiti, sporcizia di ogni genere… Permetta che le renda un piccolo servigio». E come un prestigiatore fa apparire dal nulla un paio di scarpette in pelle lucida, il cui colore crea in me un sussulto di paura. Si inginocchia, prende delicatamente uno dei miei piedi tra le mani e con un gesto esperto infila una scarpa, ripete l'operazione con l'altro e dice: «Queste sono più appariscenti e robuste di quelle che aveva lei prima e quindi molto più adatte per una festa da ballo, non trova?»
Un attimo dopo, il fragore improvviso di un tuono, facendo vibrare l'aria in modo poderoso, sembra squarciare il cielo e ricomincia a piovere forte. E l'uomo in piedi al mio lato mi offre ancora il suo braccio sinistro come appoggio e apre l'ombrello che, come i petali di un fiore vermiglio, si schiude sopra di noi, proteggendoci dal diluvio che addosso ci precipita.
N.d.A. "circostanziali"
Prima di mezzanotte, eventi inquietanti accaddero nella città. La ballerina del carillon, che esibiva la sua grazia nella vetrina del negozio di antiquariato accanto a quello di Cristina, ruppe l'unica gamba che la sosteneva, ma continuò a danzare tra i frammenti di porcellana, come posseduta dalla musica. In una bella villa della stessa strada, la pendola della sala principale, che da anni scandiva il tempo con impeccabile precisione, si fermò all'improvviso. Le lancette congelate cinque minuti prima della mezzanotte. Un gatto nero che attraversava la strada, proprio sul lato della pozzanghera dove Cristina stava per scivolare, fu investito in pieno da una Citroen c5 e rimase senza vita sull'asfalto bagnato. Io, sceso un attimo dal mio appartamento e per caso mi trovavo al Roxy Bar a comprare le sigarette, fui testimone di un frastuono assordante. Un lampadario era caduto dal soffitto sopra un tavolino vicino alla vetrina e fortunatamente vuoto a quell'ora tarda. La commessa all'istante si affrettò a raccogliere i vetri con scopa e paletta, scusandosi con i pochi clienti presenti: cioè io, un vecchio barbone alcolizzato con un cappuccio verde e vestito come un personaggio dei cartoni animati, e un soldatino seduto in un angolo appartato. Mentre poi uscivo dal bar, una bomba d'acqua mi colse alla sprovvista. Non avendo l'ombrello, ne notai uno fastosamente rosso in un vaso accanto alla porta. Lo rubai senza pensarci molto. Aprendolo, accadde qualcosa di strano: dei fogli di carta ben ripiegati come un pacchetto caddero a terra. Li svolsi, credendo che potessero contenere soldi o altro di prezioso. Trovai invece una storia scritta a mano. Questa storia che io, Antonio, figlio di Nofi, ho cercato nel miglior modo di raccontarvi.
A dirla tutta, non sono molto convinto sulla veridicità di ciò che ho trovato scritto su quei fogli, e neppure di come sia finita, dato che le ultime righe erano sbiadite dalla pioggia e non più leggibili. Ma una cosa è sicura e incontestabile: qualcosa di terribile era davvero accaduto quella notte. Perché, a una certa distanza dal punto in cui mi trovavo dopo essere uscito dal bar, diverse autoambulanze, mezzi di soccorso stradale e due gazzelle dei Carabinieri stavano ancora alle prese con i rilievi di un incidente. E la macchina coinvolta era grigia, come quella descritta da Cristina. Preso allora da un misto di scaramanzia e inquietudine, ho bruciato i fogli dopo averne trascritto qui il contenuto; e l'ombrello, sentendolo quasi "maledetto", ho tentato di sbarazzarmene provando a regalarlo a persone che mi stanno poco simpatiche; nessuno, però, adducendo le scuse più svariate, lo ha voluto. Sono finanche andato nel negozio dove ho dedotto che lavorava Cristina, per restituirglielo; inutile, mi hanno detto che si è licenziata e trasferita in una città lontana, senza lasciare recapiti. Nonostante i miei tentativi di archiviare la questione, tanti dubbi continuano a tormentarmi. Ho quindi deciso di fare qualche indagine. Ma, più che vere indagini, si è trattato solo di raccogliere pettegolezzi. Perché, essendo stato Franco una personalità importante del posto e vista la tragedia che ha vissuto, c'è riluttanza a parlarne. Cercando però con insistenza, si finisce sempre per trovare qualcuno disposto a confidarsi; e in questo modo ho saputo delle storie della ballerina del carillon, della pendola e del gatto nero investito. E un signore, discreto e abbastanza informato, mi ha rivelato che, dopo quella notte, Cristina è stata in gran segreto ricoverata, per volontà del padre, in una clinica psichiatrica a causa dello stress post-traumatico subito. In quanto, benché sia logico pensare che la sua "maledizione" c'entri davvero poco con l'incidente, è comunque innegabile che, senza quella relazione segreta, Franco non si sarebbe mai trovato nella condizione "rischiosa" di dover fuggire frettolosamente, forse scoperto dalla moglie. Sono perciò arrivato alla mia personale conclusione che il racconto di Cristina sia una sorta di proiezione: un intreccio tra fantasia e realtà, consapevole e non, volto a esorcizzare il suo senso di colpa per la tragica fine dell'amante e della consorte; perché, sempre da voci di paese, pare che la bambina si sia salvata. Esiste inoltre un'incongruenza: come sono finiti quei fogli nell'ombrello? Poiché non è plausibile, per ragioni di tempo e opportunità, che la storia sia stata scritta da Cristina quella sera, ma è più facile credere che lo abbia fatto tempo dopo. E che poi lei abbia piegato i fogli come un 'grande pizzino' per infilarli, tornando in quel bar, tra le pieghe dell'ombrello; probabilmente mai toccato da altri prima di me dopo che Franco lo aveva riposto nel vaso. Se così fosse, ne consegue che la sera in cui io l'ho trovato e la sera dell'incidente non siano la stessa. Quindi, l'auto grigia che ho visto nel mio sinistro, come quella del racconto, è soltanto una strana coincidenza e non una conferma, soprattutto temporale, della piena autenticità della storia. Difatti, ho anche il sospetto che Cristina ne abbia alterato parecchi dettagli, come il suo vero nome, il negozio e altro, per tutelare la sua privacy e quella di altri, ma non quella di Franco e della moglie, perché i loro nomi sono apparsi sui giornali; pertanto, pure la Cristina del negozio di scarpe a cui ho cercato di restituire l'ombrello potrebbe essere solo un'altra bizzarra coincidenza.
Ma ritorniamo all'ombrello, ciò che più mi preme in questo momento. Visto che, o per un motivo o un altro, non riesco a liberarmene, e per altrettanti timori scaramantici non posso né distruggerlo o abbandonarlo da qualche parte: sarebbe peggio! Non mi restate quindi, come extrema aratio, voi lettori. Perciò, se non siete troppo superstiziosi come me e interessati a un ombrello rosso di ottima fattura: marca "Pasotti", non esitate a scrivermi in privato. Ve lo regalo volentieri, pure se controllando su internet ho scoperto che costa un botto; spese di spedizione incluse, ovvio! Ma vi avverto: potrebbe portarvi jella o, per contrappasso, fortuna.